Valorizzare la diversità e promuovere una cultura d’impresa realmente inclusiva è oggi una delle principali sfide che le aziende sono chiamate ad affrontare, in Italia e nel mondo. Non è una novità infatti che l’adozione di politiche che guardano a diversità, equità ed inclusione possano portare benefici a livello di talent attraction e di redditività.

“Ma non si tratta – precisa Giorgio Weger, Executive Manager divisione Tecnica e Responsabile dei progetti D&I in Hunters Group, società di ricerca e selezione di personale altamente qualificato – soltanto di una questione etica, c’è molto di più. Secondo un sondaggio che abbiamo condotto tra oltre 1500 candidati e manager, infatti, applicare politiche attende all’inclusione ha un impatto positivo anche dal punto di vista della competitività, del business e della talent retention. Nel corso del tempo le tematiche legate alla D&I hanno assunto sempre maggiore importanza, ma c’è ancora molto da fare soprattutto in termini di cultura”.

Il sondaggio, realizzato con l’obiettivo di capire e analizzare come favorire l’inserimento e l’inclusione di persone con disabilità in azienda, mostra un quadro molto chiaro: sebbene, infatti, l’84,5% delle aziende coinvolte abbia già avuto esperienza di inserimento di persone appartenenti alle categorie protette (L.68/99), c’è ancora un gap di conoscenza, fondamentale per aumentare i livelli di consapevolezza e inclusività e non ridurre l’inserimento di queste persone a un mero adempimento legislativo.

Soltanto il 23,1% ha creato percorsi di crescita e sviluppo per questi professionisti, contro il 53,8% che, invece, non lo ha fatto. Anche a livello di mansioni, poi, c’è ancora parecchio da fare. Tra le attività più gettonate, le persone che hanno partecipato al sondaggio hanno elencato, ad esempio: centralino, ufficio spedizioni o rifornimento scaffali.

“I risultati del nostro sondaggio – aggiunge Giorgio Weger – dimostrano quanto sia, spesso, questione di cultura e di conoscenza del mondo della disabilità. Non dobbiamo dimenticare infatti che, sebbene ci siano dei limiti oggettivi per lo svolgimento di alcuni compiti, valorizzare le competenze di questi lavoratori e permettere loro di sviluppare al meglio il proprio potenziale porta benefici a tutti, alle aziende che hanno la possibilità di inserire professionisti competenti e qualificati e ai lavoratori che potranno sentirsi apprezzati e valorizzati. Finché non faremo questo cambio di approccio, purtroppo, non potremo parlare di vera inclusione e questo è, probabilmente, il principale problema”.

Redazione

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