“Vale più la pratica che la grammatica” è una frase che ho sempre trovato riduttiva e con il sapore acre di quella saggezza spicciola, che sacrifica la ricerca speculativa a favore del più scarno senso pratico. Tuttavia, pensando ai manager contemporanei, viene da chiedersi: di cosa hanno veramente bisogno?

Hanno bisogno di conoscenza (grammatica) o hanno bisogno di abilità (pratica)? Hanno bisogno di conseguire l’ennesimo master alla moda o hanno bisogno di cambiare il modo in cui gestiscono le persone nel loro contesto quotidiano?

  1. Se la risposta è che i manager hanno bisogno di più teoria da applicare alla loro leadership, per progettare visioni e obiettivi, elaborare valori, motivare le persone, ecc., allora, il coaching non è molto utile.
  2. Se la risposta è che i manager devono sviluppare la loro capacità comunicativa, un know-how relazionale, devono rivisitare e modificare il modo di rapportarsi quotidianamente con i propri dipendenti, con i loro clienti e con i loro partner e/o colleghi, allora le competenze che possono acquisire attraverso un percorso di coaching possono essere decisamente appropriate.

Non solo, ma, “praticando la pratica”, riuscirebbero ad acquisire le abilità utili a diventare, a loro volta, dei coach. In un percorso di executive coaching si crea un ambiente di apprendimento comportamentale, senza carta o slide, che fornisce a ciascun coachee un contesto attivo per acquisire competenze operative e molto pratiche.

Attraverso il coaching i leader imparano “facendo e praticando” e non assorbendo le conoscenze teoriche sulla pratica (ossimoro?).

Il corretto approccio dell’executive coaching non è focalizzato sulla teoria, né sui concetti, ma sull’acquisizione di abilità concrete e comportamentali, attraverso la sperimentazione ripetuta delle competenze, fino a quando non diventano una seconda natura e si incorporino naturalmente nell’essere stesso dei leader. Di conseguenza, l’esito di un adeguato percorso di executive coaching è il cambiamento stabile dei comportamenti quotidiani del leader nell’ambiente di lavoro.

Ma il coaching può avere effetti ancora più profondi.

Un leader impara molto di più delle abilità comportamentali.

Cambia pelle.

L’apprendimento di nuovi comportamenti e l’acquisizione di abilità molto pratiche cambiano gradualmente la propria natura. Imparare attraverso la ripetizione pratica non è solo un processo superficiale, ma un progressivo spostamento della propria auto-percezione verso un’immagine più ampia ed allargata del “sé”.

Per diventare un pianista professionista, è necessario praticare ore, giorni, mesi e anni. Solo attraverso la pratica si raggiunge davvero la maestria. Proprio come nello sport, l’esercizio ripetuto modifica l’equilibrio personale, la distribuzione della forza, la velocità, la capacità di recupero personale, i ritmi cardiaci, la precisione nei dettagli, la concentrazione individuale, la strategia sistemica, la forza di volontà, ecc.

Quindi:

  1. esercitarsi praticamente stabilizza i nuovi comportamenti;
  2. questi condizionano la nuova percezione del “sé”;
  3. da ultimo, cambia il modo in cui si è percepiti dagli altri.

Niente da dire, nella leadership la “pratica vale più della grammatica”.

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