Il Fondo monetario addebita a robot e informatica il forte ridimensionamento (4 punti percentuali dal Settanta a oggi) della quota di reddito nazionale che nei Paesi avanzati è andata ai lavoratori. Per i ricercatori di Bruegel, autorevole think-tank di Bruxelles, tra il 45 e il 60% della forza lavoro europea rischia nei prossimi decenni di essere sostituita da robot. Secondo un rapporto della McKinsey, in tutto il mondo sono 1,2 miliardi i posti di lavoro sostituibili con le tecnologie. E ancora, una ricerca del Massachusetts Institute of Technology e della Boston University afferma che in media un robot installato ogni mille operai distrugge 6,2 posti di lavoro e fa calare dello 0,7% il salario.

Alessandro Perego, docente di “Logistics and Supply Chain Management” al Politecnico di Milano, cofondatore e direttore scientifico degli Osservatori Digital Innovation

Partendo da questi dati allarmanti, sulle trasformazioni prodotte dal’Industria 4.0 sul mondo del lavoro e su come reagire a tali cambiamenti abbiamo discusso con Alessandro Perego, docente di “Logistics and Supply Chain Management” al Politecnico di Milano, cofondatore e direttore scientifico degli Osservatori Digital Innovation.

Dai dati sopra riportati, sembra che l’impatto di Industria 4.0 possa essere catastrofico dal punto di vista occupazionale. Lei che ne pensa?

Tutti i dati riportati si concentrano sulla presunta distruzione di posti di lavoro ma occorre ovviamente considerare anche tutti i nuovi posti di lavoro che si verranno a creare. Sono ancora innumerevoli i “problemi” che l’uomo si trova ad affrontare – la cura delle malattie più difficili o il supporto alle disabilità, l’insufficienza alimentare per centinaia di milioni di bambini, i cambiamenti climatici e la cura del pianeta, il miglioramento della sicurezza a tutti i livelli (sul lavoro, nelle strade, tra nazioni), un miglior rapporto tra vita lavorativa e vita personale, etc. – ed è quindi una enorme ricchezza il fatto che si stiano rendendo disponibili tecnologie che consentono di liberare tempo e aumentare l’efficacia dell’azione umana.

Partendo da questo fondamentale presupposto è poi chiaro che in questo sviluppo – in generale estremamente positivo – occorre prestare estrema attenzione ad alcuni possibili fenomeni, in parte fisiologici e in parte patologici. E’ ad esempio fisiologico in ogni cambiamento – soprattutto se rapido e pervasivo come questo – che una parte del mondo del lavoro debba riconvertirsi ed è quindi importante trovare tutti i modi possibili per supportare questa riconversione (o al limite per sostenere chi dovesse fare più fatica). Sarebbe invece patologico un uso delle nuove tecnologie per aumentare il divario tra ricchi e poveri, senza che le grandi opportunità offerte da esse siano a beneficio di tutti. In sintesi, si tratta di una grande opportunità che va ben governata.

Se le macchine rimpiazzano i dipendenti, è ancora possibile investire sul capitale umano?

Lo scenario in cui “le macchine rimpiazzano i dipendenti” è solo uno degli scenari possibili, in alcuni specifici ambiti lavorativi dove le machine da sole avranno prestazioni migliori della combinazione “uomini-macchine” che si imporrà invece come la migliore soluzione nella gran parte degli ambiti lavorativi. Nello scenario “uomini-macchine” – dove per macchina si devono intendere sia robot sia algoritmi – il ruolo dell’uomo dovrà evolvere in modo da sfruttare al massimo la “simbiosi uomo-macchina”, controllando le macchine e potenziando quelle caratteristiche proprie dell’uomo – empatia e doti relazionali, capacità di senso e significato, visione sistemica, adattabilità e flessibilità, etc.

Si parla della necessità di “educare al digitale” le persone che lavorano nelle nostre fabbriche. Cosa vuol dire in concreto? Su quali competenze bisognerà puntare nel nostro Paese per superare lo skill gap che rischia di ritardare l’avvento della quarta rivoluzione industriale nel nostro Paese? E in cosa il nostro sistema formativo – che dovrebbe preparare i lavoratori 4.0 – è ancora carente?

Non ci sono scorciatoie. La strada maestra per convertire le competenze passa da studio e formazione (dal “sudore”). A tutti i livelli. Educazione e formazione nella scuola di tutti i gradi, dalle elementari all’università. Non sulle tecnologie in sé – che evolvono a una velocità senza precedenti – ma sui principi e modelli che stanno dietro le tecnologie, la vera base della conoscenza. Con un nota bene. Si dice spesso che in Italia vi è una divaricazione importante tra istruzione e lavoro. Forse è vero, ma dipende solo dal mondo dell’istruzione? Il mondo del lavoro tende erroneamente a mio avviso a richiedere persone già pronte per il lavoro (plug&play) mentre invece dovrebbe richiedere persone con basi solide, capaci di imparare, a cui insegnare a lavorare per tutta la loro vita lavorativa (ready to learn).

Mentre si parla diffusamente delle competenze di ingegneri e manager pronti all’Industria 4.0, mi sembra più vago il discorso relativo agli operai, ai cosiddetti “blue collar” che, per affrontare la quarta rivoluzione industriale, dovrebbero essere “aumentati”, “imprenditivi”. In cosa si deve distinguere il nuovo operaio da quello della vecchia fabbrica? Quali competenze di base dovrà avere?

I cosiddetti “blue collar” dovranno evolvere secondo tre direzioni principali. Maggiore specializzazione verticale in quanto dovranno essere capaci di comprendere (e interagire con) le “macchine” con cui lavorano. Maggiore specializzazione orizzontale – visione sistemica e di processo – in quanto aumenterà il numero di attività e mansioni che dovranno essere capaci di gestire. Maggiore capacità di lavorare in team e a distanza, in quanto le nuove tecnologie aumentano le possibilità di lavorare secondo modelli organizzativi geograficamente distribuiti e favoriscono la gestione integrata.

Ma questa evoluzione delle competenze non caratterizzerà solo gli operai – nell’accezione stretta di lavoratori dell’industria – bensì qualunque occupazione anche nel mondo dei servizi, dalla finanza alla sanità, dall’assistenza tecnica alla fornitura di servizi pubblici.

L’ideale prosecuzione del Piano nazionale Industria 4.0 dovrebbe focalizzarsi soprattutto sul tema della formazione delle competenze. Ritiene che gli strumenti predisposti siano adeguati?

Il Piano Industria 4.0 era caratterizzato da due direttrici chiave: gli investimenti innovativi e lo sviluppo delle competenze. La prima direttrice mirava a incentivare gli investimenti per rinnovare il parco tecnologico. Direi che questo primo obiettivo è stato ampiamente centrato, basti pensare che il solo valore dei progetti Industria 4.0 – la punta dell’iceberg rispetto ai più ampi investimenti in capitale fisso – è stato pari a 1,7 mld di euro nel 2016 (+25%) e che il 2017 – anche se mancano ancora i dati precisi – ha espresso una crescita ancora superiore.

La seconda direttrice prevedeva lo sviluppo e l’aggiornamento del capitale umano, così da creare un contesto lavorativo, sia sotto il punto di vista sociale che organizzativo, idoneo a supportare la completa evoluzione e trasformazione digitale all’interno dei confini nazionali. Per tale motivo il Piano prevedeva la diffusione di una cultura 4.0 lungo l’intero ciclo formativo, dalla scuola all’università, dagli istituti tecnici superiori ai corsi di dottorato. Infine era prevista la creazione di specifici Competence Center nazionali. Questo nell’intenzione di condurre, con il forte supporto dei poli universitari e player nazionali, progetti innovativi e di sviluppo tecnologico, di supportare la sperimentazione e la produzione di nuove tecnologie 4.0 nel tessuto di PMI e di effettuare una attività di formazione e di creazione dell’awareness sulle nuove tecnologie manifatturiere e digitali.  Questo secondo obiettivo non è invece stato colto e costituisce proprio la principale area di lavoro per il 2018.

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