Che mondo sarà quello post-Covid? Una volta terminata la pandemia, torneremo al punto di partenza, o coglieremo l’opportunità di costruire un mondo migliore, più rispettoso dell’ambiente e delle persone, più sostenibile?

Enrico Giovannini (nella foto sopra), economista, già Chief Statistician dell’OCSE, presidente dell’Istat e ministro del Lavoro, attualmente portavoce dell’ASviS – Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, non ha dubbi: dalla crisi attuale dobbiamo uscire trasformati e indirizzati verso uno sviluppo sostenibile.

Professore, oggi si conclude il Festival dello sviluppo sostenibile, la più grande iniziativa italiana – organizzata da ASviS – per sensibilizzare e mobilitare cittadini, imprese, associazioni e istituzioni sui temi della sostenibilità economica, sociale e ambientale. Può spiegarci cos’è lo sviluppo sostenibile?

Il concetto è semplice, ma l’attuazione delle misure necessarie per metterlo in pratica è invece molto complessa. Lo sviluppo è sostenibile se consente alla generazione attuale di soddisfare i propri bisogni senza impedire alle generazioni successive di fare altrettanto. Lo sviluppo sostenibile ha una dimensione economica, sociale, ambientale, ma si fonda soprattutto sul principio di giustizia intergenerazionale. I quattro pilastri della sostenibilità sono l’economia, l’ambiente, la società, ma anche le istituzioni. Se vacillano questi quattro pilastri, la crisi è inevitabile. Basti pensare, ad esempio, come si è arrivati alle cosiddette “primavere arabe”: a causa del cambiamento climatico si è verificato un boom dei prezzi agricoli, la mancanza di acqua ha fatto andare in tilt le centrali idroelettriche e, a fronte dell’incapacità delle istituzioni di reagire, la crisi economica è diventata crisi sociale.

Come si misura lo sviluppo sostenibile?

Questo è un tema al quale mi dedico da venti anni. Uno dei primi progetti che mi trovai a gestire all’Ocse da direttore delle Statistiche fu proprio la misura della sostenibilità. Parliamo un attimo della teoria. Cos’è che connette le generazioni? La quantità di capitale. Se si lascia ai propri figli un capitale inferiore a quello ricevuto dai propri genitori, alla lunga tutto questo rende insostenibile la gestione di un’impresa. Il punto è che non c’è solo il capitale economico, c’è anche il capitale naturale, il capitale umano e il capitale sociale. Mentre siamo in grado di misurare il capitale economico e il capitale naturale siamo sempre più in grado di misurarlo, il capitale umano è difficile da misurare, il capitale sociale ancor di più. Se, quindi, potessimo misurare tutte queste forme di capitale con un’unica metrica, basterebbe sommarle e, nel caso trasmettessimo alla generazione successiva meno capitale di quello che abbiamo ricevuto, vuol dire che saremmo su un sentiero di non sostenibilità. Poiché non ci riusciamo, dobbiamo usare degli indicatori. Con l’Agenda 2030, firmata da tutti i Paesi del mondo nel settembre 2015, sono stati fissati 17 Obiettivi, i Sustainable Development Goals, articolati in 169 sotto-Obiettivi. L’Onu, l’Istat, tanti altri istituti di statistica provano a misurare l’andamento rispetto a questi Obiettivi e sotto-Obiettivi attraverso indicatori di varia natura. Noi di ASviS abbiamo individuato 17 indicatori compositi per i 17 Obiettivi.

Lei ha parlato di “resilienza trasformativa”. Può spiegarci cosa significa e come si lega al tema della sostenibilità?

La resilienza è la nostra capacità, o la capacità di un materiale, di un’impresa, di una società, a fronte di uno shock, di tornare rapidamente al punto pre-crisi. Pensi a una bottiglia di plastica con dell’acqua dentro: se la schiaccia questa si comprime un po’, come smette di stringere torna esattamente com’era prima. Oggi affrontiamo una crisi drammatica, ma veramente vogliamo tornare al 2019? È logico voler tornare al punto pre-crisi solo se quel punto era un punto ottimale, era un punto di sviluppo sostenibile, ma se non lo era, perché tornare dove eravamo? È meglio “rimbalzare avanti” applicando una resilienza che ci trasformi e ci porti su un sentiero di sviluppo sostenibile. Questo concetto, che abbiamo elaborato con il Joint Research Centre della Commissione europea, è diventato adesso uno dei riferimenti dell’Unione europea. Non a caso, quello che tutti chiamano Recovery Fund è in realtà il Piano per la ripresa e la resilienza. La Commissione europea ci dice – avendo assunto come guida i lavori da noi realizzati in questi anni – che i soldi stanziati dal Piano devono servire a trasformare il sistema economico e sociale italiano così da renderlo più resiliente alle future crisi, come quella del cambiamento climatico, o le crisi finanziarie, o un’altra pandemia. La resilienza trasformativa, dunque, non ci porta indietro a dove eravamo, ma ci fa trasformare. In base a tale concetto noi proponiamo anche una riclassificazione delle politiche (ma vale anche per le imprese). Invece di parlare di politiche economiche, ambientali, sociali, parliamo di politiche che proteggono, che promuovono, che preparano, prevengono e che trasformano verso un sentiero di sviluppo sostenibile. Abbiamo analizzato, ad esempio, gli oltre 1000 articoli dei vari Decreti legge varati dal Governo a partire dal Cura Italia, fino al Decreto Agosto, e abbiamo visto che la stragrande maggioranza sono misure di protezione, poche di prevenzione, preparazione, trasformazione. Visto che i fondi nazionali li abbiamo impiegati tutti per la protezione, dunque, ben vengano a questo punto i fondi europei che però devono essere orientati in un’ottica di resilienza trasformativa. Ma lo stesso vale anche per le imprese: quando un’impresa viene colpita da una crisi come quella attuale, può scegliere una strategia di protezione o può scegliere una strategia di rilancio, ma per farlo ha bisogno di trasformare il proprio modo di operare.

Più volte lei ha ricordato che la responsabilità di una ripresa sostenibile è anche delle imprese, della società civile e che tutti devono programmare il rimbalzo, non solo i governi. Ritiene che la nostra società e il sistema imprenditoriale abbiano sufficiente consapevolezza del tema e della sua urgenza per cooperare con le istituzioni statuali alla programmazione di una ripresa sostenibile? Siamo pronti, insomma, per il salto culturale necessario per assicurarci uno sviluppo sostenibile? E in cosa consiste esattamente questo salto culturale?

I dati elaborati a giugno dall’Istat per l’ASviS dimostrano chiaramente che le aziende che hanno investito sulla sostenibilità sono state più resilienti rispetto alla crisi causata dalla pandemia. Un pezzo significativo del nostro Paese ha già scelto, anche se non necessariamente in modo sistemico, a favore della sostenibilità, anche perché conviene e sta facendo la differenza nel momento in cui bisogna ripartire. I cittadini, anche a causa della crisi, sono più attenti alle questioni ambientali, sociali ed economiche, hanno capito che Papa Francesco ha ragione quando dice che non possiamo essere sani in un pianeta malato e stanno orientando i propri consumi in un’ottica di sostenibilità. La stessa sensibilità la sta mostrando il mondo della finanza, dunque perché anche il sistema imprenditoriale non dovrebbe andare in questa direzione?

Le imprese negli anni passati hanno investito molto nella digitalizzazione. Che legame c’è tra digitalizzazione e sostenibilità? Possono sostenersi a vicenda? Le imprese digitali possono essere anche più sostenibili?

Certamente sì, per questo nel mio libro del 2018 parlavo di economia “digicircolare”, un’espressione che sembra uno scioglilingua, ma coglie il fatto che digitalizzazione e sostenibilità devono andare insieme. Pensi, ad esempio, all’uso di sensori all’interno dei pneumatici delle nostre automobili. Non solo tali sensori sono in grado di dire quando i pneumatici si stanno per rompere, e quindi permettono la manutenzione predittiva, ma aiutano a ritrovarli affinché si possano riutilizzare i copertoni. Questo esempio dimostra che tecnologie digitali ed economia circolare (cioè la possibilità non tanto di usare i rifiuti, ma di progettare i prodotti in modo che possano essere utilizzati più volte) vanno di pari passo in vari campi, dall’agricoltura, ai servizi, all’industria stessa. I trattori guidati dai satelliti, per fare un altro esempio, sono perfettamente in grado di evitare di passare due volte sullo stesso terreno, riducendo drasticamente la quantità di gasolio consumato. Il punto cruciale è il seguente: i costi per le imprese industriali sono costituiti per il 30% dal costo del lavoro e per il 70% dai costi delle materie prime. Invece di accanirsi a risparmiare sul 30%, perché non ci si concentra sull’altro 70%? Oggi le tecnologie consentono di ridurre i costi delle materie prime e, grazie all’economia circolare, è possibile anche aumentare l’occupazione.

Quale dovrebbe essere il ruolo della formazione per aumentare la consapevolezza sul tema della sostenibilità? Pensa anche lei che diventi sempre più impellente investire nell’istruzione e nella formazione professionale, anche per adeguare le nostre imprese alla transizione verso la green economy?

Come le ho detto il capitale umano è uno dei componenti fondamentali del capitale. Spesso i manager, magari durante i party di Natale, dicono ai propri dipendenti che sono “il vero patrimonio dell’impresa”. Peccato che i dipendenti non fanno parte dello stato patrimoniale nei conti, ma fanno parte dei costi. L’acquisto di un computer viene considerato un investimento, per il quale, magari, si usufruisce anche di un bonus fiscale, mentre la formazione dei lavoratori è considerata un costo che riduce i profitti nel breve termine. Questo per dire come anche i sistemi contabili siano un po’ datati. Ma ci sono anche altre tre considerazioni da fare. Prima: poiché nel nostro Paese abbiamo tantissime piccole e medie imprese spesso ottime, ma subfornitrici delle grandi, se le imprese di maggiori dimensioni non si impegnano sul fronte della sostenibilità, è difficile che lo facciano autonomamente le piccole. Per far sì, dunque, che le grandi imprese fungano da traino per le piccole, occorre che la misura della sostenibilità delle grandi imprese coinvolga tutta la filiera delle subfornitrici. La seconda considerazione riguarda la rendicontazione non finanziaria. Le imprese che hanno scelto di fare il salto verso la sostenibilità hanno capito che tale rendicontazione, cioè l’obbligo di spiegare l’impatto dell’attività dell’impresa non solo sul fronte delle risorse finanziarie, ma anche ambientale e sociale, genera cambiamenti culturali profondi nell’azienda. Nel 2016, il Governo Renzi ascoltò chi pensava che la rendicontazione non finanziaria fosse solo un costo, mentre oggi tutti hanno capito che si tratta di un’opportunità. Il mondo della finanza, infatti, chiede sempre più spesso questo tipo di rendicontazione. Il fatto che il Governo scelse di renderla obbligatoria per poco più di 200 grandissime imprese e volontaria per le altre di fatto ha ridotto la competitività del nostro sistema. Oggi ci sono tantissime imprese che fanno la rendicontazione non finanziaria su base volontaria, ma non usando sempre gli standard richiesti dal settore finanziario. Una soluzione un po’ all’italiana che non aiuta il sistema a fare il salto di qualità. L’ultima considerazione riguarda il reperimento delle risorse umane adatte. Quando si seleziona il personale giovane da immettere in azienda, bisogna esaminarne anche la preparazione sul tema sostenibilità. Noi abbiamo tantissimi giovani bravi che escono dalle università, con competenze su materie tecniche, finanziarie ecc. Molti di questi, però, sono stati formati ancora in base al vecchio paradigma. Sempre più università, per fortuna, stanno rivedendo i propri corsi di laurea nella direzione dello sviluppo sostenibile. Le faccio solo un esempio: l’Università di Padova ha recentemente lanciato un corso di Economia circolare che coinvolge 11 dipartimenti dell’ateneo, non i soliti due dipartimenti di Economia, uno di Management e l’altro di Macroeconomia. Ci sono gli ingegneri, i chimici, ma ci sono anche i filosofi, perché, affrontando il tema dello sviluppo sostenibile, si parla anche di etica.

Prevede che, nel prossimo futuro, le imprese richiederanno figure professionali legate alla sostenibilità? Può citarci alcune di queste figure? E questa richiesta compenserà l’uscita dal mercato del lavoro di molte professionalità rese obsolete dalla digitalizzazione e dal progresso tecnologico? 

Il centro studi di Randstad, facendo un’analisi sul settore della logistica, ha scoperto che la figura professionale più introvabile per il settore è quella di calcolatore delle emissioni, perché oggi la competizione si gioca anche sulle emissioni di gas climalteranti. Nonostante il mercato del lavoro stia già domandando quel tipo di figura, anche le grandi società di consulenza stentano a trovarla, perché servono competenze ingegneristiche, chimiche, economiche, statistiche e così via. L’università si sta riconvertendo con i tempi necessari, il fatto è che bisogna pagare queste figure in modo adeguato e sappiamo che le piccole e medie imprese tendono a essere meno produttive delle grandi e quindi a pagare stipendi di ingresso più bassi. Come fare? Quando sono stato ministro del Lavoro, abbiamo introdotto il contratto di rete in base al quale, ad esempio, tre imprese si possono mettere d’accordo per assumere una persona part-time, accollandosi ciascuna un terzo del suo costo. Questo consente di pagare livelli anche alti di stipendio e condividere con altre imprese le risorse umane necessarie. È un approccio cooperativo, non puramente competitivo. Sul fatto che le nuove figure legate alla sostenibilità possano poi compensare i posti di lavoro che si perderanno a causa dell’automazione, ci sono punti di vista molto diversi. Come si dice in questi casi, lo scopriremo solo vivendo. Quello che però è chiaro è che il mercato si sta muovendo molto velocemente, con una fortissima accelerazione proprio in questi mesi e chi resta indietro rischia di accumulare ritardi difficilmente colmabili. Pensi soltanto a quello che sta succedendo sul fronte della mobilità. Lei sceglierebbe di investire i suoi risparmi in una società che costruisce monopattini e biciclette elettriche o in una società che produce suv a diesel? Eppure sappiamo che i produttori di automobili europei si sono fatti cogliere totalmente impreparati da questa rivoluzione.

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